23 Mag Il corpo ricorda quello che la mente dimentica
Ci hanno insegnato a fidarci soprattutto della testa.
Pensare bene, decidere bene, controllarsi. Come se il corpo fosse poco più di un mezzo di trasporto per portare il cervello da una parte all’altra della giornata.
Eppure il corpo parla continuamente. Solo che spesso lo fa in una lingua che abbiamo smesso di ascoltare.
Parla quando lo stomaco si chiude davanti a certe persone.
Quando il sonno si rompe alle quattro del mattino senza motivo apparente.
Quando le spalle diventano dure come pietra dopo settimane passate a dire “va tutto bene”.
Quando tratteniamo il respiro senza accorgercene.
La mente dimentica molte cose. O forse, più semplicemente, le mette in un angolo per poter andare avanti.
Il corpo invece ha una forma di memoria ostinata. Non argomenta, non spiega, non fa discorsi ordinati. Ma registra.
Registra le paure.
Le attese.
Le tensioni.
Perfino certi silenzi.
Ci sono persone che hanno imparato molto presto a non disturbare. Da adulte sorridono spesso, si rendono disponibili, sembrano forti. Poi però convivono con una stanchezza che non passa mai davvero. Come se il corpo continuasse a portare un peso che nessuno vede.
Altre persone hanno attraversato periodi difficili e credono di averli superati completamente. E magari è anche vero. La vita va avanti, si lavora, si ama, si costruiscono cose nuove. Però basta una parola, un tono di voce, una situazione qualsiasi, e il corpo reagisce prima ancora del pensiero. Il cuore accelera. Il respiro cambia. Le mani si irrigidiscono.
Non è debolezza.
È memoria.
Viviamo scollegati da noi stessi
Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di funzionare. Essere efficienti, presenti, performanti, veloci. Quasi mai ci viene chiesto se siamo abitati da noi stessi.
C’è una forma di stanchezza contemporanea che non dipende soltanto dagli impegni. È la fatica di abitare continuamente fuori da sé.
Viviamo giornate intere dentro schermi, notifiche, scadenze, richieste.
Passiamo da un compito all’altro senza transizioni, senza pause vere.
Persino il riposo viene spesso trasformato in prestazione: dobbiamo rilassarci bene, meditare bene, dormire bene, stare bene.
Nel frattempo il corpo accumula.
Accumula tensioni piccole ma continue.
Accumula allerta.
Accumula silenzi.
E più ignoriamo i segnali corporei, più il corpo è costretto ad alzare il volume.
A volte lo fa con l’ansia.
Altre con l’irritabilità.
Altre ancora con quella sensazione difficile da spiegare per cui ci sentiamo distanti da tutto, persino da noi stessi.
Oggi esiste anche un rischio opposto: trasformare ogni disagio umano in una diagnosi immediata. Dare nomi clinici a qualsiasi fatica emotiva. Ma non tutto ciò che sentiamo è un disturbo da correggere.
Ci sono stanchezze che parlano di sovraccarico.
Ci sono tristezze che parlano di bisogni trascurati.
Ci sono tensioni che raccontano vite vissute troppo a lungo senza ascolto.
La domanda allora non è: “Come elimino subito questo disagio?”.
Forse la domanda più utile è: “Che cosa sta cercando di dirmi il mio corpo?”.
Ascoltarsi non significa trasformare ogni emozione in un problema o ogni stanchezza in una diagnosi. Oggi c’è il rischio opposto: psicologizzare tutto, dare un nome clinico a qualsiasi fragilità umana. Ma essere umani significa anche attraversare tensioni, fatiche, confusione.
La differenza sta nel non ignorarsi.
Perché ignorarsi a lungo ha un prezzo. E spesso quel prezzo lo paga il corpo.
Forse è anche per questo che, come associazione APS VI.VA. Partecipazione e Solidarietà ETS, crediamo così tanto nelle esperienze che mettono in relazione corpo, emozioni e presenza. Le passeggiate nella natura, il Nordic Walking, le attività espressive, i percorsi di gruppo, perfino il semplice camminare insieme, non sono “solo attività”. Sono occasioni per tornare ad abitarsi.
In un mondo che ci vuole continuamente produttivi, fermarsi ad ascoltare il proprio respiro può diventare un gesto quasi rivoluzionario.
Lo vediamo spesso nelle persone che partecipano ai nostri percorsi: all’inizio arrivano con la sensazione di dover fare, dimostrare, tenere tutto sotto controllo. Poi, lentamente, qualcosa cambia. Il passo rallenta. Le difese si abbassano. Il corpo ricomincia a sentirsi un luogo sicuro e non soltanto qualcosa da trascinare fino a sera.
Camminare nella natura, condividere un silenzio, respirare con più calma, sentirsi accolti senza dover per forza spiegare tutto: sono esperienze semplici, e proprio per questo profondamente umane.
Non risolvono magicamente il dolore. Ma aiutano a non affrontarlo da soli e, soprattutto, aiutano a riconoscersi di nuovo.
Il corpo non chiede perfezione.
Chiede ascolto.
E forse la consapevolezza comincia proprio lì: nel momento in cui smettiamo di trattare il corpo come qualcosa da usare e iniziamo a considerarlo per quello che è sempre stato.
La parte di noi che, anche nel silenzio, continua a dire la verità.
Un piccolo invito
Nei prossimi giorni prova a concederti una camminata lenta. Senza obiettivi, senza performance, senza dover “fare bene”.
Ascolta il ritmo dei passi, il respiro, i pensieri che arrivano e quelli che se ne vanno.
E se senti il bisogno di condividere questo cammino con altri, puoi scoprire le attività e i percorsi promossi da VI.VA. Partecipazione e Solidarietà APS.
A volte la consapevolezza inizia da qualcosa di molto semplice: qualcuno che cammina accanto a noi.
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